Puzzling quantums of awesome

supersymmetry

Locality and unitarity are the central pillars of quantum field theory, but as the following thought experiments show, both break down in certain situations involving gravity. This suggests physics should be formulated without either principle.

amplituhedron-drawing_web

Locality says that particles interact at points in space-time. But suppose you want to inspect space-time very closely. Probing smaller and smaller distance scales requires ever higher energies, but at a certain scale, called the Planck length, the picture gets blurry: So much energy must be concentrated into such a small region that the energy collapses the region into a black hole, making it impossible to inspect. “There’s no way of measuring space and time separations once they are smaller than the Planck length,” said Arkani-Hamed. “So we imagine space-time is a continuous thing, but because it’s impossible to talk sharply about that thing, then that suggests it must not be fundamental — it must be emergent.”

Unitarity says the quantum mechanical probabilities of all possible outcomes of a particle interaction must sum to one. To prove it, one would have to observe the same interaction over and over and count the frequencies of the different outcomes. Doing this to perfect accuracy would require an infinite number of observations using an infinitely large measuring apparatus, but the latter would again cause gravitational collapse into a black hole. In finite regions of the universe, unitarity can therefore only be approximately known.

amplutihedron_span

Locality is the notion that particles can interact only from adjoining positions in space and time. And unitarity holds that the probabilities of all possible outcomes of a quantum mechanical interaction must add up to one. The concepts are the central pillars of quantum field theory in its original form, but in certain situations involving gravity, both break down, suggesting neither is a fundamental aspect of nature.

In keeping with this idea, the new geometric approach to particle interactions removes locality and unitarity from its starting assumptions. The amplituhedron is not built out of space-time and probabilities; these properties merely arise as consequences of the jewel’s geometry. The usual picture of space and time, and particles moving around in them, is a construct.

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Siberia Place To Be

Della Siberia conosciamo tutti il sapore di desolazione che ci viene dalla sua drammatica storia di luogo d’oblio e di morte. Basta un’opera quale i Racconti della Kolyma di Šalamov per addentrarsi nella desolazione totale, nell’assurdo di un (non) luogo non terrestre, dove temperature e venti per noi inconcepibili plasmano la materia e l’uomo.

La Siberia equivale al 77% della Russia (13 milioni di km quadrati), ma ospita solo il 28% (ehi, sempre 40 milioni di persone) della popolazione russa.

Famiglia cosacca

La vegetazione principale è  la taiga, con una fascia di tundra a nord e una di foresta temperata a sud. La temperatura, nelle zone più estreme, scende non raramente sotto i -50°c e Šalamov racconta nel suo libro di alberi che crescono letteralmente in orizzontale rasoterra per effetto del vento continuo e spietato (anche se la Siberia che descrive lui è la parte estrema, a nord-est, quindi non si può generalizzare, ma insomma).

Quindi, com’è questa Siberia? Sarebbe facile immaginarla solo come una landa brulla, inospitale e inutile, così come si fa, all’opposto, con i deserti in altre parti del mondo. Ma c’è un “ma”, che mi incuriosisce.

Come sono le città siberiane, sparse, dimenticate e sole in 13 milioni di km quadrati di taiga, freddo e vento? Che posti sono? Giacciono sui resti dell’ex impero sovietico, fra la Mongolia e il Kazakistan, talvolta accanto a Cina e Corea, più a est persino del Giappone. Che gente c’è? Ci sono (gli equivalenti dei) pub? Bevono la birra? Che fa la gente, a Kemerovo, la sera? Com’è fatto l’edificio del Comune a Tomsk?

Vulcano Koryaksiy, Petropavlovsk-Kamchatskiy

Boh. Proviamo a dare un’occhiata, tramite una ricerca delle principali città siberiane, con qualche wiki e qualche foto, senza molte pretese.

Chiesa, Khabarovsk

Let’s go.

>> Barnaul <<

Barnaul (bene non benissimo)

E’ una città di circa 600 mila abitanti, nel sud della Siberia (quindi della Russia), ed è vicina al confine con Kazakistan, Mongolia e Cina. Fondata nel 1730.

Casetta di legno

Il Comune

>> Irkutsk <<

Irkutsk

Sempre sud Siberia, più a est di Barnaul (quindi appena sopra la Mongolia), quasi 600 mila abitanti. E’ proprio sul fiume Angara (chi non lo conosce?), appena dopo l’uscita di questo dal lago Baikal.

Cattedrale dell’Epifania

Chiesa della Croce

Passeggiata

>> Krasnojarsk <<

La mia preferita, senza esserci mai stato.

Krasnojarsk

Un pò più a nord delle precedenti, con poco meno di 1 milione di abitanti, è la terza maggior città siberiana, dopo Novosibirsk e Omsk. Importante punto della Transiberiana, è una delle maggiori produttrici di alluminio in Russia.

Anton Chekhov la giudicò la più bella città della Siberia.

Veduta aerea

La stazione (e che stazione)

>> Omsk <<

Omsk

A sud-ovest, più di 1 milione di abitanti, la seconda città più grande della Siberia.

Fondata a inizio 1700 dai cosacchi, oggi è anch’essa un altro snodo molto importante della Transiberiana; fu in passato uno dei maggiori centri di esilio e deportazione – nel 1850 ci fu imprigionato Dostoevskij.

Una strada qualunque a Omsk

Museo Vrubel

Una cattedrale meravigliosa

>> Tomsk <<

Una delle più antiche città siberiane, ha compiuto il 400° anniversario nel 2004. Qui sopra, piazza Lenin, manco a dirlo.

Fu fondata nel 1600 per decreto zarista, dopo che il duca di Eušta chiese protezione allo zar dai banditi ghirgisi e calmucchi (figurati un pò). E’ nota come città degli studenti, per via del gran numero di università.

Municipio

Antica casa di legno

Veduta di Tomsk

>> Tjumen’ <<

Veduta di Tjumen’

Situata a ovest, sopra il Kazakistan, con 600 mila abitanti circa, fondata nel 1586 a sostegno dell’espansione russa ad est, la città è rimasta uno dei più importanti centri industriali ed economici ad est della catena degli Urali.

Tjumen’ è il fulcro del trasporto industriale di una vasta regione ricca di petrolio che si estende dal confine con il Kazakistan all’Oceano Artico, così come la sede di molte aziende russe che si occupano di petrolio e gas naturale. La città oggi è uno dei centri d’affari più importanti della Russia ed è anche in primo piano nella vita politica e culturale del paese.

Il fiume Tura

La città in estate

Una via della città

>> Čeljabinsk <<

La centrale Via Kirova

Nata da una fortificazione nel 1700, la città conta circa 1 milione di abitanti. Inizia a essere centro industriale da fine 1800, anche grazie all’importanza del luogo per la costruzione della ferrovia Transiberiana.

Nella seconda guerra mondiale Stalin decise di trasferire qui la produzione bellica, per tenerla lontana dall’avanzata tedesca: questo portò verso Čeljabinsk, all’epoca ancora una piccola città, nuove fabbriche e migliaia di lavoratori. Diversi complessi industriali per la produzione dei carri armati T-34 e dei lanciarazzi Katyusha si concentrarono nella città, che divenne nota come Tankograd (la città dei carri armati).

E’ anche la regione dove, il 15 febbraio 2013, cadde un meteorite, ripreso da centinaia di video nella città.

Panorama

>> Chabarovsk <<

Veduta su una strada principale

All’estremo est della Siberia, lungo la Transiberiana, dista soli 30 km dalla Cina.

Ha una media di 21°c a Luglio, e -21°c a Gennaio. Quindi una media annua di 1°c.

La zona dove oggi sorge la città era, fin dal XII secolo, parte della Cina imperiale, finchè nel 1858 l’intera area venne ceduta ai russi in seguito al trattato di Aigun; i russi rinominarono l’insediamento cinese Chabarovsk, dal nome dell’esploratore Erofej Chabarov, e ci costruirono un fortino.

Oggi Chabarovsk rimane uno dei principali centri, secondo solo a Vladivostok, dell’estremo oriente russo, vitalizzato dalla vicinanza geografica con Cina, Giappone e Corea del Sud.

Monumento al fondatore

Cattedrale

Centro storico

Via Turgenev

>> Vladivostok <<

Si trova nell’estremo oriente russo, sulla costa del Mar del Giappone, accanto alla Cina, e vicinissima a Corea e Giappone.

Fondata nel 1859 ha 600 mila abitanti circa, è il più grande porto russo sul Pacifico ed è sede della Flotta del Pacifico. Qui termina la ferrovia Transiberiana.

Via Fokin

Chiesa della Protezione della Madonna

Porto

>> Ekaterinburg <<

Veduta della città

E’ la quarta città della Russia, ha più di 1 milione di abitanti ed è situata abbastanza a ovest della Siberia.

La città venne fondata nel 1723 e intitolata alla Grande Martire Caterina, SantaPatrona della zarina Caterina I di Russia, moglie di Pietro il Grande.

Poco dopo la rivoluzione russa, il 17 luglio 1918, lo zar Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, i loro figli, le Granduchesse Olga, Tat’jana, Marija, Anastasija, lo zarevič Aleksej Nikolaevič Romanov e alcuni membri del seguito, vennero fucilati dal commando del commissario bolscevico Jakov Michajlovič Jurovskij in questa città.

Collage

Cattedrale del Sangue

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So far so good, direte voi.

Città abbastanza grandi, paragonabili a Milano come abitanti,  moderne, importanti centri commerciali. Ma cosa succede se andiamo più a nord e più a est, all’estremo est della Russia, più a est del Giappone, in direzione dell’Alaska?

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Questo, succede.

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>> Magadan <<

Magadan

La città nasce nel 1930 come centro di deportazione e prigionia.  Ancora al giorno d’oggi, la strada che collega la città alle zone minerarie aurifere della regione della Kolyma è detta Strada delle Ossa. Questa tetra denominazione viene dal fatto che le ossa dei prigionieri morti durante i lavori della sua costruzione sono state incorporate nella pavimentazione.

La città è eccezionalmente isolata: la grande città più vicina, Jakutsk, sorge a 2.000 km di strada non asfaltata; è però dotata di un aeroporto internazionale.

Centro città

Chiesa della Ss Trinità

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Bene, vi è venuta voglia scommetto.

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E allora via, non resta che prenotare!

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L’eroe dell’uragano Sandy

Click on the image…

 

 

… well yep. Awesome.

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Benettòn, và in mona

Benetton, mi ricordo di te da quando ero alto un metro.

Mi ricordo ossessivi messaggi dei bianchi che baciano i neri perché il razzismo brutto e siamo tutti amici.

E poi il cavallo nero che si ingroppa il cavallo bianco (perché giustamente, il bianco deve pagare pegno…).  Insomma bianco, nero, UNITED COLORS, simbolismi già allora molto originali.

Poi crescendo uno capisce che insomma nessuno è pulito fino in fondo, e qualcuno parla di vivisezione, di espropriazione delle terre dei Mapuche in Patagonia (forse loro non sono abbastanza neri…?), del fatto che la produzione è spostata in Paesi noti per il mancato rispetto dei diritti umani.

Ecco, di queste cose mi frega relativamente poco, è la modernità. Fa parte del gioco.

Il problema, qui, è di creatività.

Benetton basta di sfracellarci i coglioni con “evviva siamo amici dei negri”, che poi ti sgamano che fai le cose brutte con l’altra mano e ci passate da coglioni.

Ma soprattutto, il peggio doveva ancora arrivare: la campagna UNHATE del bacio tra i leader politici.

Cioè qual è esattamente il messaggio: evviva la pace, diamoci il bacino? Molto in sintesi: non è tanto il ‘contenuto’ ad essere totalmente vuoto, trito, stereotipato, regressivo, QUANTO l’immediato effetto estetico/visivo.

Le foto richiamano infatti immediatamente (almeno a me) la celebre iconografia sovietica del bacio fra i leader del Partito

c’è anche sul muro di Berlino, ripresa dalla pop-street art

e arrivate voi, con le foto di Obama (essendo Obama già in sé un concetto comunicativo stra-usato, stra-banalizzato, stra-inflazionato)?

Quale sarebbe, e dove, la creatività?

Ma non c’è due senza tre, dice il proverbio. E cosa ti vedo, giorni fa?

Cioè, ma allora la fate apposta. Il razzismo, la pace, la disoccupazione.

Ma cosa c’è di più bieco, mediocre, NON creativo, qualunquistico, demagogico, di cavalcare problemi sociali per farvi le campagne e gli advertising?

Ma perché Benetton, per una volta in decenni, non dici qualcosa di te, di quello che vendi?

Non aver detto nulla di nuovo, di innovativo, in più di 20 anni, Cristo. Statuario come il marmo, sempre uguale a se stesso, quell’atteggiamento paternalistico (ma neanche), buonista, infantile, anti-intellettuale, fintissimo, delle paroline belle, del razzismo è brutto, del “risolviamo la guerra dandoci i bacini”, del “uffi non è giusto ci sono i ragazzi disoccupati, che mondo brutto”.

Ok, c’è la disoccupazione, so what? Ce lo dovevi spiegare tu, Benetton? Fai i vestiti, mi spieghi cazzo vuol dire il nero (eh figurati) disoccupato? ATTENZIONE al tema sociale del lavoro?! Cool! Da te che produci in CINA?

(ma il punto è che se anche non esternalizzassi in Cina, sarebbe comunque un messaggio di una povertà creativa disarmante).

Ad esempio, per chiudere, vogliamo parlare della campagna Diesel Be Stupid?

Questi si, hanno detto qualcosa. Hanno parlato di LORO, hanno fatto ridere, hanno fatto pensare, ci hanno messo il paradosso, hanno espresso dei concetti (“goodbye inhibitions”, “there is no wrong way to do it” che sono messaggi chiari. Qual è il messaggio di Benetton?). Io non ho quasi mai avuto roba Diesel, ma guardi ste foto e ti fa venir voglia di uscire per andare a prendere un paio di jeans.

Idem dicasi per le campagne Sisley di Terry Richardson, per dirne un’altra.

Benetton, non ci interessa la Corporate Social Responsibility, qui.

Ma ti prego, stupiscici, sorprendici per una volta.

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Amore, ma vedi mica quello là?!? No, perché mi prende da dietro.

 

Gente buffa ce n’è tanta, ma oggi vorrei parlare della categoria degli uomini che, mollati dalla donna le chiedono: “ma hai mica sentito o visto Carlo [inserire nome maschile a caso]?”.

Vedete, a me fanno tenerezza. Sono un po’ come le foto dei bambini feriti in guerra, ti fanno pensare a quanto la vita può essere ingiusta.

Il colmo è quando uno prima crea una situazione destabilizzante o si fa mollare, e poi, tormentato dal dubbio, chiama la ex (o la “quasi” ex) per porgerle la domanda fatidica: vedi mica COSO?

La situazione non cambia nel caso in cui si sospetti il cheating quando tutto sembra funzionare, anzi peggio.

Non solo le donne – si, anche alcuni uomini, ma direi statisticamente meno –  sono abilissime manipolatrici e talvolta molto abili nel mentire. Spesso, sanno vivere la parte, così come avviene nel metodo Stanislavskij.

D’altra parte, un uomo – se ha la fortuna anche solo di avere un sospetto, cioè di “credere” di conoscere il fedifrago – sente, per istinto, il maschio alfa, o se non alfa, suo diretto concorrente.

L’uomo è solitamente ottuso, ma penso che abbia un istinto innato per questo riconoscimento istintivo, un po’ come i cani anti esplosivo.

Le premesse non sono dunque rosee. Ed è qui, allora, che capiamo l’enormità dell’atto di fede – e del tragico sbaglio –  di fidarsi della risposta di una donna in questa circostanza. A rendere la cosa più drammatica, con una metafora della sindrome di Stoccolma, il fatto di compiere lo sbaglio di crederci nel momento in cui si è più deboli, come quando sei un ostaggio e con tutto il cuore vuoi credere di poterti fidare di quello che ti punta l’arma, che in fondo, non ti farà del male.

Non voglio dire che momenti di completa sincerità non siano possibili – ma sono di solito spontanei, e forse più colorati di razionalità e “intento riorganizzativo” che non di emotività e apprensione.

A peggiorare ulteriormente le cose, la possibilità che un’ammissione spontanea di una donna, o una risposta affermativa ai nostri peggiori sospetti, sia invece falsa nella realtà dei fatti – è lo scenario opposto, che può succedere per tanti motivi.

Sono celebri le gag da bar, le storie atroci di amici o amiche (dipende da chi è la fonte) dove lei, a letto con uno, riceve la telefonata dell’altro che le chiede “cosa stai facendo?” e quella risponde “mah, sto studiando”. Di solito, quello accanto ride cercando di non farsi sentire, sotto le lenzuola, come fanno i soldati quando fumano di notte coprendo il punto rosso della sigaretta con la mano.

If it feels wrong, it is wrong”, recita una importante regola non scritta, ma che per quanto mi riguarda dovrebbe essere incisa nel marmo eterno.

Se ci viene in mente la domanda, probabilmente ci siamo dati la risposta.

Direte, eh si, ma allora, come si fa.

Ci si tiene il dubbio, ma almeno non si passa da coglioni, specie agli occhi di quell’altro.

E’ abitudine femminile, infatti, riferire immediatamente (magari con ironia) all’uomo dietro le quinte che lo sventurato, pensa un po’, ha chiesto se ci vediamo.

Piuttosto, giocarsela, giocarsela tutta, amare senza fare domande, ha comunque più possibilità che uscire da un interrogatorio in cui siamo noi, dall’inizio, legati alla sedia.

Fate passaparola, ragazzi.

Ogni 5 minuti un cane viene abbandonato in autostrada, e un pollo cerca di togliersi la sete bevendo acqua salata.

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fiori dal mossad

Già dalle prime settimane a capo del Mossad, Meir Dagan sapeva di dover gestire qualcosa alla quale i suoi predecessori non avevano dato sufficiente importanza: il rispetto.

Quel giorno, in una stanza senza finestre a sud di Tel Aviv, dopo aver guardato uno dopo l’altro i suoi, parlò:

Durante la guerra in Libano, fui testimone delle conseguenze di una faida familiare. La testa del capofamiglia era spaccata, il suo cervello sul pavimento. Attorno a lui la moglie e alcuni dei figli, tutti morti. Prima che potessimo intervenire, uno degli assassini raccolse una manciata di cervello e lo ingoiò. Così è come opererete d’ora in avanti. Altrimenti qualcuno mangerà il vostro cervello”.

I presenti in quella stanza avevano già ucciso molte volte. Ucciso nemici che non potevano essere portati davanti a un tribunale; nemici che erano ben nascosti nei territori dei vicini arabi di Israele o in altre parti del mondo.

Solo il Mossad avrebbe potuto trovarli e ucciderli. Come disse una volta Rafi Eitan, leggendario capo delle operazioni del Mossad in un’intervista rilasciata nel salotto della sua casa a Tel Aviv nord:

Ho sempre cercato di uccidere quando vedevo il bianco negli occhi di una persona. Così potevo vedere la sua paura. Sentirne l’odore nel suo respiro. A volte ho usato le mie mani. Un coltello, o una pistola con silenziatore. Non ho mai provato un solo momento di pentimento dopo un omicidio”.

Meir Amit – ex direttore del Mossad – diceva:

Le nostre azioni sono completamente approvate dallo Stato di Israele. Quando il Mossad uccide non sta violando la legge. Esegue una sentenza emanata dal Primo Ministro in carica”.

Lo disse passeggiando accanto al memoriale alle vittime cadute in azione. Ogni nome scolpito, un agente morto mentre cercava di distruggere i nemici di Israele.

Molti di quegli agenti avevano qualcosa in comune: Amit stesso li aveva mandati incontro alla morte.

“Abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per proteggerli. Li abbiamo addestrati meglio di chiunque altro. A volte, i dadi sono contro di te. Ma ci sarà sempre qualcuno abbastanza coraggioso da tirare i dadi”.

Dagan, solo il decimo a capo del Mossad e a portare l’appellativo di memuneh – “primo fra gli uguali” in ebraico – ricorda agli ascoltatori le parole di Meir Amit, così attuali. Anche lui li avrebbe protetti in ogni modo possibile, legale o illegale. Li avrebbe autorizzati ad usare neurotossine letali, pallottole di ogni tipo, modi di uccidere che nemmeno la Mafia, l’ex KGB o i servizi segreti cinesi avrebbero usato. Ma anche lui non avrebbe esitato ad esporli alla morte – se fosse stato per il bene più grande dello Stato d’Israele.

Era il patto che tutti gli astanti avevano accettato.

Poi Dagan aggiunse, citando Amit:

i dadi sono pronti”

 

 

C’era stato il massacro di Mombasa undici giorni prima. Era il 2002. Quindici persone erano morte, e un’ottantina erano state ferite. Il Mossad sospettò immediatamente che ci fosse Osama Bin Laden dietro l’attacco, e che i missili e l’esplosivo provenissero da un arsenale iracheno.

Ogni agente coinvolto nell’operazione era su un aereo diretto in Kenya nel giro di un’ora dal massacro. Era il momento di tirare di nuovo i dadi.

Coloro che si accingevano a farlo viaggiarono come sempre separati. Avevano i loro aerei, i loro piloti. Erano gli uomini e le donne del Kidon, l’unità supersegreta del Mossad per gli omicidi, i rapimenti e le missioni più spietate.

Il loro compito a Mombasa era trovare e uccidere gli autori della strage; quelli che avevano mandato 3 kamikaze ridendo incontro alla morte, loro e di vittime innocenti. Kidon avrebbe ucciso i responsabili, dopo averli scovati ovunque fossero. Avrebbero potuto metterci mesi – come era successo per la vendetta degli assassini di Monaco nel ’72. Ma avrebbero trovato gli uomini dietro alla strage di Mombasa e li avrebbero uccisi.

Avevano a disposizione armi di ogni tipo. Veleni di ogni tipo. Potevano passare per arabi o per indiani, parlando tra loro Swahili e altri dialetti.

Le donne avrebbero usato anche il sesso. Come disse Meir Amit: “il sesso è l’arma di una donna. Le chiacchiere da cuscino non sono un problema per loro, ma ci vuole un particolare tipo di coraggio. Non è tanto dormire con un nemico, quanto ottenere informazioni”.

Ostrovsky, che attualmente viveva in Arizona, non poteva dire chi aveva ucciso. Ma uscì dal Mossad sostenendo che “non poteva sopportare il modo in cui facevano le cose”.

Qualcuno dice che molto è cambiato, che “facciamo le cose in modo diverso, oggi”.

Per molti versi, in modo più spietato.

 

 

L’uomo conosciuto dal Mossad come l’ingegnere era un prolifico costruttore di bombe di Hamas. Viveva nella West Bank, protetto da uomini armati.

Un giorno ricevette una visita, un giovane, amico di amici, proveniente da un passato lontano. Dopo una gradevole serata, l’ingegnere invitò l’amico a fermarsi per la notte. Lui accettò, chiedendo di poter fare una telefonata alla sua famiglia, per avvisarli che stava bene. Preferì chiamare all’esterno della casa, per motivi di ricezione di campo.

L’indomani ripartì. Quella mattina, il telefono dell’ingegnere squillò. Appena lo portò all’orecchio e rispose, 15 grammi di esplosivo RDX gli fecero esplodere la testa.

Il Mossad sapeva – non si sa come ovviamente – che l’ingegnere aveva passato tempo chissà quando una notte a Gaza City, a casa di Osama Hamad, amico d’infanzia, che era il giovane che fu ospite dell’ingegnere. Osama aveva uno zio, Kamil Hamad,

Gli uomini del Mossad comprarono Kamil, e lo minacciarono, garantendosi la sua collaborazione. Gli fu dato un telefono, con una cimice, così dissero, e gli ordinarono di darlo a Osama, sapendo che l’ingegnere era solito usare i cellulari di Osama.

Non gli dissero che conteneva anche l’esplosivo.

Appena l’ingegnere rispose, quella mattina del 1996, gli uomini del Kidon, a mezzo miglio di distanza, una volta confermato che era lui al telefono, detonarono la carica uccidendolo all’istante.

 

 

Nel corso degli anni, il Mossad ha ucciso i suoi bersagli in svariati modi.

Cerchiamo sempre di non utilizzare lo stesso metodo due volte. I nostri tecnici passano tutto il loro tempo cercando di inventare nuovi modi di uccidere”,ha dichiarato una fonte interna.

 

 

L’assassinio di Gerald Bull fu molto più semplice. I due killer indossavano un’uniforme FedEx. Uno portava un pacco, l’altro bussò alla porta. Bull la aprì, e gli tirarono il pacco. Quando lui fece un passo indietro e per prenderlo al volo, gli spararono – un colpo in fronte e uno alla gola. Si ripresero il pacco e se ne andarono con calma. In poche ore, erano di nuovo a Tel Aviv.

 

 

Dagan passa i giorni e le notti in ufficio. Guarda il mare dalla finestra, e segue l’orizzonte arrivando alle colline che segnano l’inizio dell’entroterra. Quella terra che è all’origine di tutto. Aspetta. Per lui, per il Mossad, per Israele stesso, Mombasa è un simbolo, una dimostrazione.

Come quella volta che rapirono un agente israeliano in Congo, e lo dettero da mangiare vivo a un coccodrillo. Filmarono i suoi ultimi, terribili momenti in acqua, e mandarono tutto alla sezione locale del Mossad. Dopo poco, il capo dei rapitori fu spazzato via da quasi un chilo di esplosivo messo sotto il water, che uccise lui altri 11.

Del resto, nessuno ha fatto meglio del Mossad in Africa centrale. Contro i servizi cinesi. Contro Castro. Contro il KGB. Lavorando con il BOSS – i servizi del governo sudafricano. Insegnando ai loro uomini come si conduce un interrogatorio. Insegnandogli a usare la privazione del sonno, a far stare qualcuno ore in piedi fissando un muro, a fare esecuzioni simulate.

 

I loro metodi sono spesso, quasi sempre, fuori dalla legge. Tra le tante unità che lo compongono, una è specializzata in furto con scasso. Una è composta di ricercatori che lavorano nell’istituto di biologia di Tel Aviv. Creano tossine e sostanze con cui uccidere.

I killer assistono di routine ad interventi di autopsia, e studiano con anatomopatologi per imparare a uccidere facendolo sembrare un incidente.

Mentre molte agenzie non consentono più ai loro agenti di uccidere, queste remore non appartengono agli uomini del Mossad. Loro sono completamente autorizzati ad uccidere nel nome di Israele, una volta che il primo ministro approva la lista, continuamente aggiornata, che include i nomi di coloro i quali sono stati condannati a morte da Israele.

 

Ariel Sharon era uno facile da convincere.

 

Non c’è misura, non c’è nessuna inibizione alla violenza, per i sabra  israeliani, i figli dei sopravvissuti, i primi ad essere nati e cresciuti in terra di Israele.

Il “concepibile” appartiene ai Paesi normali, ai servizi dei Paesi normali. Loro lavorano oltre il possibile, su operazioni che gli altri avrebbero imbarazzo solo ad esporre in una sala riunioni, ammesso che possano concepirle.

Gli israeliani rispondono a una domanda nel migliore dei casi con una risposta apparentemente scollegata dalla domanda stessa,e nel peggiore con un’altra domanda.

La mentalità matematica, speculativa, capace di cortocircuitare l’astratto nel molto concreto, la loro durezza, spiegano il successo degli agenti nel doppio gioco, se non nel triplo, tra le parti, nella negoziazione, nella lucida gestione della complessità.

 

Non c’erano remore quando Israele ha sventrato l’Hotel King David a Gerusalemme.

Non c’era esitazione per chi ha vinto una guerra contro svariati Stati dotati di aviazioni moderne, volando su aerei turistici e buttando le bombe di sotto a mano, tenendole in grembo.

Non c’è più pietà, quando sei stato quasi annientato.

Non ce ne può essere quando sei il popolo che ha inventato la legge del taglione.

Ed ecco che non rapisci più un agente del Mossad a Mosca, se quando lo fai il Mossad te ne sequestra 10 del KGB a Tel Aviv nel giro di poche ore.

 

Il vento caldo del deserto accarezzava il volto di Dagan quella sera, mentre fumava, sul terrazzo, il caldo della sera che non dava tregua.

 

 

Monaco fu difficile da accettare, anche per gente come loro, abituata alla morte. Ricordava esattamente la scena del suo superiore che aveva preso la telefonata che confermava la morte di tutti e gli 11 atleti. Lo aveva capito dalla sua faccia, e aveva visto le mani che stringevano il telefono, le dita che diventavano bianche da quanto lo stringeva. In quel momento seppe che molto sangue sarebbe stato versato.

Il primo fu ammazzato a Roma nell’androne del palazzo dove stava rientrando. 11 colpi, una per ognuno degli 11 innocenti che aveva contribuito a far uccidere.

Un altro fu ucciso all’istante rispondendo al telefono nel suo appartamento a Parigi. Il tavolino su cui poggiava il telefono era stato analizzato, un campione spedito a Gerusalemme, dove era stato costruito un tavolo uguale con dentro l’esplosivo.

Quello dopo fu spinto sotto un bus a Londra all’ora di punta.

Un altro fu ucciso a Cipro con una bomba mentre si sdraiava a letto.

In tutto, 18 terroristi di Settembre Nero sarebbero morti.

 

Qualche ora prima dell’esecuzione, la famigli di ognuno avrebbe ricevuto dei fiori e un biglietto di condoglianze, con scritte le parole: a reminder we don’t forget or forgive.

 

Questa storia, agli occhi di Dagan, racchiudeva tutto, la luce e il buio.

Il buio, da cui la morte può arrivare in qualunque momento per chi tocca i figli di Israele, ovunque possa provare a scappare, comunque possa cercare di nascondersi.

La luce, affinché ogni ebreo sappia che lo Stato d’Israele non perdonerà mai, e non dimenticherà mai, senza limiti di luogo e di tempo.

Ogni omicidio del Mossad costituisce “un atto di vendetta che va al cuore degli interrogativi biblici di Bene e Male, di Giusto e Sbagliato, e che alla fine costituisce il primario interesse della speculazione della cultura e del popolo ebraico”.

Quanti si erano svegliati legati a una sedia, trovandosi davanti uno dei suoi, con una pistola con silenziatore in una mano, e una foto nell’altra mano. Qualcuno sottovalutava la situazione, qualcuno pensava di essere abbastanza duro da uscirne vivo. Ma quando uno dei ragazzi gli metteva un complice davanti su una sedia, e gli sparava un colpo alla nuca, dall’alto verso il basso, guardandolo negli occhi, e investendolo della materia cerebrale di quello, tutti finivano prima per vomitare, poi per parlare. Chiedevano spesso una sigaretta – li aiutava a sciogliere i nervi durante la confessione, e ad abituarsi lentamente all’idea che sarebbero stati i prossimi, dopo pochi minuti.

 

 

Erano passati anni, e la recente notizia dell’uccisione di Mahmoud Al Mabhouh, con una spettacolare operazione le cui immagini dei killer ripresi dalle registrazioni di sorveglianza dell’hotel hanno fatto il giro del mondo, non faceva che confermare il concetto, e renderlo sempre continuamente attuale. Il modo in cui Israele ha strumentalizzato e utilizzato passaporti di paesi “amici”, ha dimostrato ancora una volta la sua spregiudicatezza e la sua unicità intransigente.

Londra era furiosa, ma Dagan sapeva che era stato necessario. Era sempre così tanto, lui lo sapeva. L’importante era colpire, le conseguenze diplomatiche, a posteriori, erano chiacchiere da bar.

Non c’è Paese al mondo che si faccia significato così concreto ai suoi cittadini, nessuna organizzazione pronta a uccidere ovunque, senza scadenze, per chi tocca i suoi figli. E’ a questo che lui e quelli come lui avevano dedicato la vita, trascurato mogli, figli, nipoti.

Nei Paesi “normali”, le agenzie proteggono la “sicurezza dello Stato”, lo dice il nome. Che poi questo si traduca in sicurezza di chi ci abita, è un concetto mediato, formale, quando non semplicemente falso, che troppo spesso si traduce in difesa del potere politico. Israele era diverso, in questo e in molte altre cose.

 

 

A questo pensava Dagan, ricordando dal suo terrazzo assolato i tempi di Mombasa. Era sempre stato così, ed era giusto che fosse così.

Gli prese una voglia di succo di melograno, lo stesso che da ragazzo beveva nei suk di Gerusalemme.

 

Gli israeliani erano capaci di far fiorire il deserto.

Molti di quei fiori ancora sarebbero stati recapitati in molte case, accompagnati da quel biglietto: a reminder we don’t forget or forgive.

 

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Wann fahren wir nach Berlin??

Allora, questo è un post totalmente in controtendenza e probabilmente non sarete d’accordo, il che è esattamente la ragione per il quale lo scrivo, ma lo scrivo in buona fede.
Sono sicuro che, dopo, vi starò un po’ più antipatico.

Chi mi conosce sapeva già che questo post sarebbe arrivato, e sa già com’è la questione: è Berlino.
Vi sarà certamente capitato di parlare con vostri amici che sono stati a Londra, Parigi, Amsterdam, Stoccolma, salcazzo. Ovviamente, qualcuno avrà gradito una o più di queste, ma non tutte allo stesso modo. Nessuna città può piacere a tutti, proprio come una donna.
Ah no, ma aspettate. C’è, invece, una città che piace a tutti: è Berlino.

Non ero mai stato a Berlino prima di Febbraio 2011, ed ero molto curioso di visitarla perché, incredibilmente, TUTTI quelli che conosco che ci sono stati, ne sono entusiasti.
Che strano, mi dicevo. A qualcuno non piace Parigi; qualcuno addirittura sostiene che New York non sia affascinante; Londra, idem. C’è persino gente a cui non piace Venezia. Eppure Berlino sembra riscuotere successo unanime. Di più: persone diversissime fra loro, che non si sopporterebbero se dovessero fare un viaggio Milano-Lodi in treno, riconoscono e condividono all’unisono questa ammirazione per Berlino.

Finché ci vado io e, ehi gente, what the fuck? Si, carino, ma tutto qua?

A questo punto, quattro premesse d’obbligo:

1)    Sono andato a Berlino con due amici che, come da copione, hanno confermato questo grottesco ed inquietante trend: erano molto effervescenti all’idea di andarci (uno c’era già stato) e ne sono tornati completamente stregati (ah, città così non ce n’è);

2)    Il post è un po’ serio un po’ per ridere (ma più serio), quindi a volte faccio lo scemo, ma sia chiaro come il sole che Berlino è ASSOLUTAMENTE una città imprescindibile, che va vista, e dove tornerò sicuramente; il mio è un discorso un po’ in controluce, se vogliamo dire così;

3)    Chiaro che de gustibus eccetera, ma fino a un certo punto. Cioè non mi potete dire, alla fine, “eh, ma son gusti”. Primo, le metropoli / città si misurano con indicatori precisi (anche), e secondo, appunto non tutto è solo oggettivo, un terreno comune dobbiamo trovarlo. Non mi potete dire “Parigi fa cagare”, oppure (citazione vera) “Spezia è il più bel golfo d’Europa”, sennò, vabbeh, o smetto di scrivere io, o smettete di leggere voi e andate da uno bravo a farvi vedere.

4)    La butto là,come punto di partenza: in un mondo dove TUTTO è oggetto di gusto, di discussione, dove su nulla non si è mai tutti d’accordo, vedi gusti sessuali, musicali, culturali, culinari, ecc, ammetterete che è perlomeno STRANO che tutti quelli che conosco dicano la stessa cosa. Tutti, dico TUTTI. Il concetto base del post non è allora polemizzare (amici come prima eh, io vado dove mi pare, voi andate dove vi pare) ma, davvero, capire un fatto curioso.

Quindi la domanda è: che ha Berlino, alla fine, che vi fa dire “OMG troppo bello”, soprattutto se confrontata con città più belle, grandi, cosmopolite? Aiutatemi a capire.
Mi farebbe piacere se usaste i commenti alla fine per descrivere la vostra esperienza e/o la vostra opinione.

*** A Berlino c’è la storia

Vero. La storia di Berlino è il simbolo della guerra fredda, e la città è un unicum che non ha paragoni. La guerra, Berlino Est, il muro, l’edilizia comunista, riassumono e sono un simbolo del 900. Ma sappiamo che una città si porta dietro la storia di secoli prima, se non millenni. A livello sociale, a livello di cultura, nel senso di cosa accadeva quando la facevano. Roma parla da sé. Milano (come molte altre) è oggi così perché un tempo era una città con al centro il suo Duomo, e si vede ancora oggi, ed è così ancora oggi. Londra si porta dietro i profumi delle spezie del suo impero.  Parigi mostra la sua grandezza e la potenza dei suoi re. E a fine 700 c’era la rivoluzione francese. A Londra, poco dopo, la rivoluzione industriale. A Berlino, boh. La storia tedesca del diciottesimo e diciannovesimo secolo, grosso modo, tra Napoleone e la rivoluzione industriale appunto, è la storia di altri – e questo è evidente, guardando la città. Il contributo tedesco nel ventesimo secolo sappiamo tutti qual è, ma storicamente parliamo di ieri. Il fatto che la città sia stata rasa al suolo in buona parte durante la guerra, tra l’altro, ha delle conseguenze che vediamo più avanti.
Tutto questo per dire che, certamente ricca di storia, non mi sembra che Berlino abbia una connotazione storica moderna così potente, meglio: più potente di altre città europee (e.g. Londra, Parigi, ma anche Madrid, Amsterdam). Anzi.

*** Berlino è grande

La butto là proprio per dirle tutte, ma nessuno si sognerebbe di dirlo, specie in relazione alla popolazione, alla rete metropolitana e alle dimensioni urbane di agglomerati come Londra, che è stata la città più grande del mondo fra il 1831 e il 1925, che ha la metropolitana più antica del mondo (e seconda per dimensioni solo a quella di Shangai), e che ha l’aeroporto più trafficato del mondo.

*** Berlino è la città del futuro ed è qui che oggi gira il business

Sicuramente l’economia tedesca è molto forte, la più forte in Europa, e la sua industria innova a un passo impressionante.
Resta il fatto che nella città, le 20 aziende più grandi sono perlopiù aziende tedesche: Siemens, Deutsche Bahn, Deutsche Bank, Charité, BVG, Dussman & Piepenbrock Group, Daimler, BMW, Bayer, Berlin Chemie, Air Berlin.

Londra è una delle piazze di borsa più importanti dopo NY e Tokyo, e ospita gli headquarter di oltre 100 delle 500 maggiori corporations europee, così come il 75% delle Fortune 500.

*** A Berlino c’è la cultura

Eccome se c’è. Facciamo un gioco: ditemi tutti i musei che vi vengono in mente in 10 secondi.

Com’è andata?
I più furbi tireranno fuori il Pergamon, o il museo d’arte contemporanea – che, ricordo, è fra i più imbarazzanti mai visti, basti pensare a quanto sia più avanti quello di Monaco, per restare in Germania – o il Jewish Museum, perché ehi, chi meglio dei tedeschi ha le conoscenze per organizzare un jewish museum… ?
Quelli ancora più astuti diranno: ehi, a Berlino ci sono 153 musei! (A Londra ce ne sono quasi il doppio). Certo che ci sono. Sta di fatto che il “senso comune” medio fa fatica a ricordarli e citarli, ma è prontissimo a giudizi briosi e entusiastici a ruota libera.

British Museum e Louvre? Uh che palle, i soliti nomi, non fanno più notizia, non sono trendy (vedi ultimo paragrafo).

Un aneddoto, che riprenderò alla fine, e che rende l’idea: uno dei miei amici con cui ero lì, continuava a ripetere fino alla nausea che a Berlino c’è il fervore culturale, e che TUTTI quelli che contano (arte, musica, teatro) “vengono a produrre QUI”. Chiestogli di fare un nome, rispondeva “ah boh, non saprei, ma si sa, è così”.
Questo giudizio di senso comune (si sa, è così) la dice lunga.

*** A Berlino ci sono i monumenti e l’architettura cool

Ecco, qui entriamo nel vivo. Dopotutto, i punti precedenti erano un po’ freddi, noiosi, d’altronde molti non vanno a visitare una città per i suoi musei, e preferiscono un’esperienza estetica, architettonica, di passeggio.
Ed è proprio per l’aspetto di com’è la città che diciamo quella mi piace, quella no, quella l’adoro, quella mi è indifferente.
Proprio qui, a mio parere, e per come l’ho vissuta io, emerge la vera frattura fra Berlino e le sue sorelle.

Come monumenti, anche qui, i soliti nomi; quanti, cinque, prima di esaurirli a memoria? Ma non è tanto questo, è che sono la brutta copia delle controparti europee. Girare per Berlino non dà assolutamente quel respiro di spazi che invece si mostra in città dove si va veramente all’indietro nel tempo, e uno strato si aggiunge all’altro, secolo dopo secolo.

Le prospettive, gli spazi, le lunghezze, la cura, sono incomparabili. Un parco inglese. Un asse Place de la Concorde – Champs Elysées –  arco di trionfo –  Grande Arche (prende 7 km). Le piazze e i ponti di Parigi. Il lungo Tamigi. Dov’è tutto ciò a Berlino? Mi direte “non mi interessa”.

E’ una città ricostruita, e ricostruita in modo schematico (tedesco), con spazi gradevoli, nessuno lo nega, con strade grandi, parcheggi comodi (per le belle macchine tedesche), spazi razionali, edifici nuovi, bellissimi, di cristallo e metallo.

Chiese del 400? Forse a voi non interessano.
Prospettive infinite chilometriche (che vuol dire una città pensata per creare dinamismo, prospettiva, grandezza)? Non vi interessano.
Borghi antichi? Montmartre? Il Marais? Quartiere Latino? No.
Monumenti spettacolari? Non son più di moda.
Qualcosa come i docks? I canali di Amsterdam? Le calle di Madrid? Non vi interessano.

Ok. Ma cosa vi resta?

*** Berlino è una città cosmopolita.

Si. Anche Milano lo è. Berlino è una “grande città” che, per le sue dimensioni, necessariamente ospita gente da tutto il mondo (falso, è un modo di dire). Forte immigrazione turca, perlopiù da storia recente, e soprattutto per ragioni di necessità di manodopera per la forte industria tedesca.
L’82% della popolazione di Berlino è europea, seguita da un 9% dal Medio Oriente (di questi, 5,5% è componente turca). Seguono 3% Asia, 2% Afro-German, 2% misto, 2% “altro”.

Londra, per confronto, ha accolto gruppi sociali per secoli, invece, da tutto il suo impero, dando origine a una società davvero mista, davvero integrata, davvero globale.
Della popolazione di Londra, solo il 59,5% è “white British”. Nelle scuole di Londra, i bambini neri/asiatici superano i bambini “bianchi e inglesi” di 6 a 4.
A Londra si parlano più di 300 lingue e ci sono più di 50 comunità non indigene con più di 10.000 membri.

La sostanza dei fatti è che Berlino somiglia a Milano, e Londra a New York. A Berlino se vai nei negozi e negli uffici trovi i tedeschi, per intenderci. E poi i turchi al kebab.

*** Berlino è alternativa, e ci sono i locali trendy

Questa è una delle risposte più frequenti, quando parlo con le persone. Anche se fosse, mi verrebbe da dire SO WHAT?
La mia esperienza a Berlino sotto questo punto di vista è stata deludente – locali dipinti come alternativi con la musica elettronica e gli hipster appesi anche ai lampadari. Soprattutto, alle 2, 3 tutto chiuso. Abbiamo girato tanto, e abbiamo chiesto ad amici o amici di amici che stavano lì o ci erano stati. Ma probabilmente, scemi noi.
Ci saranno sicuro, i locali underground di tendenza.

Hm. E perché, è una prerogativa di Berlino? Ma di cosa stiamo parlando?
Sono stato a Cracovia (figuriamoci), e c’erano locali belli dove abbiamo ballato fino al mattino.
Sono stato a Tel Aviv, dove lì si, è tutto diverso, i locali, la musica,  i modi di frequentarli, le relazioni sociali e uomo/donna, i personaggi.
Amsterdam, la conosciamo.

A fronte di cosa, esattamente, ci ostiniamo a ripetere che Berlino è una cosa a parte?

*** A Berlino (non) c’è l’atmosfera

Qui la devo mettere in negativo, perché un’altra caratteristica di Berlino è quella, secondo me, di essere totalmente neutra, asettica, inodore, teutonica.

Tutte le altre città, o quasi, hanno simboli, suggestioni, connotazioni, stereotipi anche.
La gente ci va esattamente perché ti vendono un clima, uno stato d’animo, un modo di essere.

Le cabine rosse, l’umido e la nebbia in un parco inglese, i localini di Soho e l’odore di curry, Londra sotto Natale.
L’odore di baguette, la malinconia e l’eleganza di Place Vendome, l’antichità e il gotico delle cattedrali, le viuzze del quartiere latino.
Il casino, il caldo, i fiumi di gente, il sole e i parchi, le notti a bere cerveza e mangiare tapas per strada, di locale in locale.

Berlino è un cantiere per costruire strade larghe e palazzi affilati, per far vedere che gli riesce bene. Fanno le aree verdi perché si sa, oggi usa, e vi facciamo vedere che lo sappiamo fare meglio. Fanno la torre della TV perché guarda che alta, che è. Business district? Pronti là, chiamiamo Renzo Piano et voilà, guarda che linee.

Diteci cosa fare, noi lo facciamo prima e meglio. Come una Golf.

*** Metrò? Nein, U-BAHN.

A Milano, se lo avete frequentato, avrete sentito i milanesi parlare della loro metrò.
In tutto il mondo conoscono the tube, al punto che è celeberrima la scritta

tanto che da giovani tornavamo con il souvenir.
A Parigi, di nuovo, la métro, indicata nei caratteristici cartelli verdi un po’ gotici.

Ma ecco loro, i tedeschi, per i quali, come sempre, la metro è un coso con i vagoni gialli, che sposta gente da A a B, e stop. Giustamente: cazzo dev’essere? E’ solo un treno.

Si chiama U-Bahn.

*** Di cosa stiamo parlando?

Berlino insegue l’urbanistica e l’eleganza di una Parigi, ma non può raggiungerla.
Cos’altro è, se non questo, la colonna della Vittoria con i suoi richiami d’oro, al centro di una rotonda che per dimensioni sembra la rotonda per entrare a Lodi vecchia, o la modestia della Porta di Brandeburgo?

Berlino scimmiotta la grandezza e il globalismo di Londra, ma non ne ha i presupposti.

Si fa (pardon, la fate) passare per capitale alternativa e innovativa, ma quanto è più innovativo l’est Europa nella sua rinascita, tanto per dirne una, senza che nessuno se lo caghi?
Pensiamo alla ex Jugoslavia. Sarajevo.

Eppure, se prendiamo un campione di n persone, n/3 si spartiranno le città A, B, C. Ma n vi dirà “ahhh, Berlino, posto fantastico, ci andrei a vivere domani, mi dicono in molti.

Questo perché il senso comune collettivo (voialtri), attribuisce valore e differenze di percezione.

*** Sensazioni sensazionali e atmosfera atmosferica

Ma veniamo alle conclusioni. Siccome vi conosco, cari i miei turisti del menga, so che sarete tutti lì a dire eh ma che palle, questo (GIUSTO), non conta quanto è grande, non conta cosa c’è, non conta se ha più o meno musei o monumenti, non conta se è tutto nuovo, non conta un cazzo, fondamentalmente – conta la mia esperienza e la mia sensazione.

Due repliche:

1.  beh, ok, quindi? Perché? Cosa? Sennò qui facciamo come i bambini quando rispondono “perché no” o “perché si”.

Se tutto quello che trovate a Berlino lo pot(r)e(s)te trovate meglio altrove, cosa esattamente vi conquista?

(fa eccezione tutta la fortissima e notevole connotazione guerra fredda di Berlino, che è solo a Berlino, ed è il suo tratto distintivo. Peccato che solo una persona fra tutte mi abbia mai detto “mi piace Berlino” per questo motivo).

No davvero, non è una domanda retorica, parliamone, commentate di sotto.

2. capitemi bene: il punto non è che a tutti piaccia Berlino – piace anche a me! – che, fondamentalmente, sono cazzi vostri.

Il discorso è tutto nel paragone – questo si, curioso.
Tutto ok finché mi dite “wow bello Berlino”.
Non molto ok (nel senso ok uguale, ma dico come coerenza e liceità del discorso) quando qualcuno se ne esce con “mah, Manhattan niente di che, non mi è mica molto piaciuta, invece Berlino… figaaa” (cit. reale).

Cioè, RAGA, non vi si può sentire eh.

*** E’ la moda, bellezza

Quello che io penso del boom di Berlino è che Berlino rappresenta oggi quello che Londra rappresentava diciamo 15 anni fa (per quelli della mia generazione) e ancora prima (per quelli delle generazioni prima): un fatto di moda.

Allora faceva figo andare a lavorare a Londra, che faceva così punk.
Oggi fa cool Berlino, anche e soprattutto perché, ormai, forse i grandi classici ci sono venuti a noia.
Niente di più, niente di meno.
Quando ero alle superiori io i giovani andavano a Londra. Quelli di oggi vanno a Berlino.

Questo è sicuramente vero per alcuni, meno per altri, che però subiscono anche loro l’effetto del meme e del mantra di massa: “Berlino è favolosa!” A forza di sentirlo, ci credi. Si è poi condizionati nel giudizio.

Ancora, per quanto marginale e a prima vista campato in aria: mediamente, molti di noi sono già stati a Londra e Parigi, tipicamente in gita scolastica. Ovvero, ci ha portato là la scuola (per definizione l’autorità, la noia).
Io, invece, non ero mai stato a Berlino fino a poco fa, perché ci sono andato di mio. Voi scommetto anche, vero? Avete scelto voi di andarci, non vi ci hanno portato.

Berlino seduce con una componente anarchica, in contrasto con modelli stantii, borghesi (la solita gita a Parigi).

Berlino è quello che abbiamo scelto noi, non che qualcuno ha scelto per noi.
Il paradosso è dato proprio dal fatto che vi hanno portato in gita a Parigi per dei motivi precisi, vedi i punti sopra. Il che ci riporta all’inizio del discorso.

Anni fa, probabilmente sarà sfuggito a molti, Lonely Planet usciva con una scottante bocciatura di Londra.
Quale migliore e più definitiva conferma di un trend di moda esattamente simile a quella delle borse o scarpe che ogni primavera subiscono i diktat del colore che “andrà”?
Fatemi capire: Londra è la città più visitata al mondo, e la Lonely Planet cosa dice? Che è cara (vero), che piove sempre e che c’è la colazione pesante?

Questi sono gli argomenti?
A Londra piove, e c’è la colazione pesante?

E’ chiaro che non è una cosa da prendere seriamente, no?
E’ un trend, va così, si dice così.

Epperò, Lonely Planet se ne esce con questo giudizio, che comunque (a parte lo zoccolo duro che non va nemmeno a pisciare senza la lonely planet) ha una sua risonanza.

Corrisponde, a livello di editoria, a una scelta di assecondamento del gusto corrente, così come a un aperitivo, sentendoci a nostro agio e ben allineati, tra un negroni e un’oliva, scuotendo la testa in cenno di assenso, proclameremmo anche noi, come la moretta interessante…. “Uhhh si. Berlino, è lì che c’è il fermento culturale, oggi”.

Infatti io (che a quell’aperitivo sono quello che ha bevuto un negroni di più) non sono mai d’accordo, e finisce sempre che alla fine la gente dice “ma quello, che tipo strano”.

Ma sapete che vi dico? Avete ragione voi, avete.
Prossimo happy hour sarò quello a fianco a voi, che vi darà corda. Che vi darà ragione. Che confermerà che si, wow, veramente figa Berlino.

Perché?
Mah. Così. A pelle.

Un Cosmopolitan!

Avrei ordinato un drink inventato a Berlino.
Ma sfortunatamente…. indovinate un po’?

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Lubyanka

It had been a difficult case. Leo had found nothing incriminating among the pages. His mentor had then read the same journal, highlighting an apparently innocent observation:

6th December, 1936. Last night Stalin’s new constitution was adopted. I feel the same way as the rest of the country, i.e. absolute, infinite delight.

 

Borisov had been unsatisfied that the sentence conveyed a credible sense of delight. The author was more interested in aligning is feeling with the rest of the country. It was strategic and cynical, an empty declaration intended to hide the author’s own doubts. Does a person expressing genuine delight use an abbreviation – i.e. – before describing their emotions? That question was put to the suspect in his subsequent interrogation.

INTERROGATOR BORISOV: How do you feel right now?

SUSPECT: I have done nothing wrong.

INTERROGATOR BORISOV: But my question was: how do you feel?

SUSPECT: I feel apprehensive.

INTERROGATOR BORISOV: Of course you do. That is perfectly natural.

                But note that you didn’t say: “I feel the same as anyone would in my circumstances, i.e., apprehension”.

 

The man received fifteen years.

 

(T. R. Smith, ‘Agent 6’)

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Solo un altro respiro, prima di morire

Qui non troverete solo gag e post su Wanna Marchi (cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta), diciamolo subito. Qui sono cazzi. Qui ci si fa le domande pese. Qui non si guarda in faccia nessuno.

Nella fattispecie, oggi si parla di: ‘morte inconcepibile’

A parte le trite considerazioni sulla distruzione del WTC, a parte essermi sempre chiesto “che rumore fanno due torri di più di 500 metri d’altezza che collassano schiantandosi al suolo”, quello che  mi ha sempre lasciato con gli occhi sbarrati è la scena di quelli che si sono lanciati nel vuoto.

(ah: il fatto ha lasciato sgomento anche De Lillo, vedasi questo, libro diafano, pesantissimo, inconcludente ma dannatamente elegante).

Ma torniamo a noi. Anzi, a loro. Come se non fosse abbastanza agghiacciante e atroce il concetto di gente che si lancia nel vuoto dalle torri gemelle, leggendo qua e là se ne vengono a scoprire, se possibile, di peggio. Di male in peggio, appunto, come si suol dire.

Si apprende infatti che (in ordine di orrore crescente):

– (cosa che nessuno si chiede) i jumpers furono classificati come casi di omicidio – giustamente – e non di suicidio, nonostante l’atto in sé di buttarsi sia, comunemente, un caso di suicidio; si tratta di un dettaglio, ma un dettaglio interessante.

– parte dell’opinione pubblica americana di fede oltranzista  (ettepareva) sembra intimamente incline a stendere un velo su questa vicenda perché “in this country of intense religious fervour, many believe that to be a ‘jumper’ was to choose suicide rather than accept the fate of God — and suicide in whatever circumstances is considered shameful or, indeed, a sin that will send you to Hell” (cit. dall’articolo del Daily Mail, uno dei due link sopra, incentrato proprio su questo). Questo è uno dei dettagli raccapriccianti che l’America da predicatore con la cravatta texana ogni tanto sa riservarci riempiendoci di angoscia (per la serie: a che cazzo di gente siamo in mano), ma anche qui, transeat.

– mentre molti parenti sono rimasti giustamente DI MERDA, per altri sapere che il proprio figlio/fratello/moglie ecc ha saltato da 500 metri è stato, virgolette d’obbligo, “consolatorio”. Perché? Perché ha denotato una scelta attiva, una (comunque vana) REAZIONE agli eventi, una opposizione alla passiva disperazione: “Jumping is something you can choose to do,’ he says. ‘To be out of the smoke and the heat, to be out in the air, it must have felt like flying.’  o anche: ‘It made me feel she didn’t suffer and that she chose death on her terms rather than letting them burn her up.’

– in opposizione all’immagine idealizzata (che ha una denotazione figurativa/mitica/simbolica/emotiva impressionante) di coloro che si sono buttati nel vuoto per sfuggire alle fiamme,  le indagini successive rivelano dinamiche terrificanti di molte persone che in realtà sono cadute ACCIDENTALMENTE – cioè senza che volessero buttarsi: qualcuno ha provato ad arrampicarsi o uscire tenendosi all’esterno sospeso nel vuoto ed ha perso la presa. Qualcuno camminava reso cieco dal fumo o con le mani sugli occhi per poi precipitare nel vuoto dallo squarcio nella facciata. Qualcuno è stato trascinato giu da altri che si sono buttati da sopra (sic). Qualcuno (immaginatelo) è caduto perché molti stavano sul bordo per respirare aria *fresca*, e la pressione di quelli dietro, che fuggivano dal calore, ha causato alla prima fila di precipitare nel vuoto. Qualcuno, in una macabra e terribile metafora di un cartoon, ha provato a lanciarsi facendo un paracadute coi vestiti che, ovviamente, non ha retto.

– qualcuno si è buttato e basta. Qualcuno l’hanno visto pensare disperatamente, e guardare cadere gli altri, per poi lasciarsi andare a sua volta come se il tuffo di altri prima di lui l’avesse convinto dell’inevitabile. Come se vedere un altro farlo prima di lui, gli avesse dato la forza. Qualcuno, e non è difficile da immaginare, si è buttato tenendosi per mano

– infine, la cosa che mi ha colpito di più: ‘One woman, in a final act of modesty, appeared to be holding down her skirt’: la donna che cade, in un volo verso la morte a 250 km/h da 110 piani, e in un ultimo atto di pudore, si tiene la gonna abbassata.

Se non è orrore questo, gente, non so cosa può esserlo.

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