fiori dal mossad

Già dalle prime settimane a capo del Mossad, Meir Dagan sapeva di dover gestire qualcosa alla quale i suoi predecessori non avevano dato sufficiente importanza: il rispetto.

Quel giorno, in una stanza senza finestre a sud di Tel Aviv, dopo aver guardato uno dopo l’altro i suoi, parlò:

Durante la guerra in Libano, fui testimone delle conseguenze di una faida familiare. La testa del capofamiglia era spaccata, il suo cervello sul pavimento. Attorno a lui la moglie e alcuni dei figli, tutti morti. Prima che potessimo intervenire, uno degli assassini raccolse una manciata di cervello e lo ingoiò. Così è come opererete d’ora in avanti. Altrimenti qualcuno mangerà il vostro cervello”.

I presenti in quella stanza avevano già ucciso molte volte. Ucciso nemici che non potevano essere portati davanti a un tribunale; nemici che erano ben nascosti nei territori dei vicini arabi di Israele o in altre parti del mondo.

Solo il Mossad avrebbe potuto trovarli e ucciderli. Come disse una volta Rafi Eitan, leggendario capo delle operazioni del Mossad in un’intervista rilasciata nel salotto della sua casa a Tel Aviv nord:

Ho sempre cercato di uccidere quando vedevo il bianco negli occhi di una persona. Così potevo vedere la sua paura. Sentirne l’odore nel suo respiro. A volte ho usato le mie mani. Un coltello, o una pistola con silenziatore. Non ho mai provato un solo momento di pentimento dopo un omicidio”.

Meir Amit – ex direttore del Mossad – diceva:

Le nostre azioni sono completamente approvate dallo Stato di Israele. Quando il Mossad uccide non sta violando la legge. Esegue una sentenza emanata dal Primo Ministro in carica”.

Lo disse passeggiando accanto al memoriale alle vittime cadute in azione. Ogni nome scolpito, un agente morto mentre cercava di distruggere i nemici di Israele.

Molti di quegli agenti avevano qualcosa in comune: Amit stesso li aveva mandati incontro alla morte.

“Abbiamo fatto tutto quello che era in nostro potere per proteggerli. Li abbiamo addestrati meglio di chiunque altro. A volte, i dadi sono contro di te. Ma ci sarà sempre qualcuno abbastanza coraggioso da tirare i dadi”.

Dagan, solo il decimo a capo del Mossad e a portare l’appellativo di memuneh – “primo fra gli uguali” in ebraico – ricorda agli ascoltatori le parole di Meir Amit, così attuali. Anche lui li avrebbe protetti in ogni modo possibile, legale o illegale. Li avrebbe autorizzati ad usare neurotossine letali, pallottole di ogni tipo, modi di uccidere che nemmeno la Mafia, l’ex KGB o i servizi segreti cinesi avrebbero usato. Ma anche lui non avrebbe esitato ad esporli alla morte – se fosse stato per il bene più grande dello Stato d’Israele.

Era il patto che tutti gli astanti avevano accettato.

Poi Dagan aggiunse, citando Amit:

i dadi sono pronti”

 

 

C’era stato il massacro di Mombasa undici giorni prima. Era il 2002. Quindici persone erano morte, e un’ottantina erano state ferite. Il Mossad sospettò immediatamente che ci fosse Osama Bin Laden dietro l’attacco, e che i missili e l’esplosivo provenissero da un arsenale iracheno.

Ogni agente coinvolto nell’operazione era su un aereo diretto in Kenya nel giro di un’ora dal massacro. Era il momento di tirare di nuovo i dadi.

Coloro che si accingevano a farlo viaggiarono come sempre separati. Avevano i loro aerei, i loro piloti. Erano gli uomini e le donne del Kidon, l’unità supersegreta del Mossad per gli omicidi, i rapimenti e le missioni più spietate.

Il loro compito a Mombasa era trovare e uccidere gli autori della strage; quelli che avevano mandato 3 kamikaze ridendo incontro alla morte, loro e di vittime innocenti. Kidon avrebbe ucciso i responsabili, dopo averli scovati ovunque fossero. Avrebbero potuto metterci mesi – come era successo per la vendetta degli assassini di Monaco nel ’72. Ma avrebbero trovato gli uomini dietro alla strage di Mombasa e li avrebbero uccisi.

Avevano a disposizione armi di ogni tipo. Veleni di ogni tipo. Potevano passare per arabi o per indiani, parlando tra loro Swahili e altri dialetti.

Le donne avrebbero usato anche il sesso. Come disse Meir Amit: “il sesso è l’arma di una donna. Le chiacchiere da cuscino non sono un problema per loro, ma ci vuole un particolare tipo di coraggio. Non è tanto dormire con un nemico, quanto ottenere informazioni”.

Ostrovsky, che attualmente viveva in Arizona, non poteva dire chi aveva ucciso. Ma uscì dal Mossad sostenendo che “non poteva sopportare il modo in cui facevano le cose”.

Qualcuno dice che molto è cambiato, che “facciamo le cose in modo diverso, oggi”.

Per molti versi, in modo più spietato.

 

 

L’uomo conosciuto dal Mossad come l’ingegnere era un prolifico costruttore di bombe di Hamas. Viveva nella West Bank, protetto da uomini armati.

Un giorno ricevette una visita, un giovane, amico di amici, proveniente da un passato lontano. Dopo una gradevole serata, l’ingegnere invitò l’amico a fermarsi per la notte. Lui accettò, chiedendo di poter fare una telefonata alla sua famiglia, per avvisarli che stava bene. Preferì chiamare all’esterno della casa, per motivi di ricezione di campo.

L’indomani ripartì. Quella mattina, il telefono dell’ingegnere squillò. Appena lo portò all’orecchio e rispose, 15 grammi di esplosivo RDX gli fecero esplodere la testa.

Il Mossad sapeva – non si sa come ovviamente – che l’ingegnere aveva passato tempo chissà quando una notte a Gaza City, a casa di Osama Hamad, amico d’infanzia, che era il giovane che fu ospite dell’ingegnere. Osama aveva uno zio, Kamil Hamad,

Gli uomini del Mossad comprarono Kamil, e lo minacciarono, garantendosi la sua collaborazione. Gli fu dato un telefono, con una cimice, così dissero, e gli ordinarono di darlo a Osama, sapendo che l’ingegnere era solito usare i cellulari di Osama.

Non gli dissero che conteneva anche l’esplosivo.

Appena l’ingegnere rispose, quella mattina del 1996, gli uomini del Kidon, a mezzo miglio di distanza, una volta confermato che era lui al telefono, detonarono la carica uccidendolo all’istante.

 

 

Nel corso degli anni, il Mossad ha ucciso i suoi bersagli in svariati modi.

Cerchiamo sempre di non utilizzare lo stesso metodo due volte. I nostri tecnici passano tutto il loro tempo cercando di inventare nuovi modi di uccidere”,ha dichiarato una fonte interna.

 

 

L’assassinio di Gerald Bull fu molto più semplice. I due killer indossavano un’uniforme FedEx. Uno portava un pacco, l’altro bussò alla porta. Bull la aprì, e gli tirarono il pacco. Quando lui fece un passo indietro e per prenderlo al volo, gli spararono – un colpo in fronte e uno alla gola. Si ripresero il pacco e se ne andarono con calma. In poche ore, erano di nuovo a Tel Aviv.

 

 

Dagan passa i giorni e le notti in ufficio. Guarda il mare dalla finestra, e segue l’orizzonte arrivando alle colline che segnano l’inizio dell’entroterra. Quella terra che è all’origine di tutto. Aspetta. Per lui, per il Mossad, per Israele stesso, Mombasa è un simbolo, una dimostrazione.

Come quella volta che rapirono un agente israeliano in Congo, e lo dettero da mangiare vivo a un coccodrillo. Filmarono i suoi ultimi, terribili momenti in acqua, e mandarono tutto alla sezione locale del Mossad. Dopo poco, il capo dei rapitori fu spazzato via da quasi un chilo di esplosivo messo sotto il water, che uccise lui altri 11.

Del resto, nessuno ha fatto meglio del Mossad in Africa centrale. Contro i servizi cinesi. Contro Castro. Contro il KGB. Lavorando con il BOSS – i servizi del governo sudafricano. Insegnando ai loro uomini come si conduce un interrogatorio. Insegnandogli a usare la privazione del sonno, a far stare qualcuno ore in piedi fissando un muro, a fare esecuzioni simulate.

 

I loro metodi sono spesso, quasi sempre, fuori dalla legge. Tra le tante unità che lo compongono, una è specializzata in furto con scasso. Una è composta di ricercatori che lavorano nell’istituto di biologia di Tel Aviv. Creano tossine e sostanze con cui uccidere.

I killer assistono di routine ad interventi di autopsia, e studiano con anatomopatologi per imparare a uccidere facendolo sembrare un incidente.

Mentre molte agenzie non consentono più ai loro agenti di uccidere, queste remore non appartengono agli uomini del Mossad. Loro sono completamente autorizzati ad uccidere nel nome di Israele, una volta che il primo ministro approva la lista, continuamente aggiornata, che include i nomi di coloro i quali sono stati condannati a morte da Israele.

 

Ariel Sharon era uno facile da convincere.

 

Non c’è misura, non c’è nessuna inibizione alla violenza, per i sabra  israeliani, i figli dei sopravvissuti, i primi ad essere nati e cresciuti in terra di Israele.

Il “concepibile” appartiene ai Paesi normali, ai servizi dei Paesi normali. Loro lavorano oltre il possibile, su operazioni che gli altri avrebbero imbarazzo solo ad esporre in una sala riunioni, ammesso che possano concepirle.

Gli israeliani rispondono a una domanda nel migliore dei casi con una risposta apparentemente scollegata dalla domanda stessa,e nel peggiore con un’altra domanda.

La mentalità matematica, speculativa, capace di cortocircuitare l’astratto nel molto concreto, la loro durezza, spiegano il successo degli agenti nel doppio gioco, se non nel triplo, tra le parti, nella negoziazione, nella lucida gestione della complessità.

 

Non c’erano remore quando Israele ha sventrato l’Hotel King David a Gerusalemme.

Non c’era esitazione per chi ha vinto una guerra contro svariati Stati dotati di aviazioni moderne, volando su aerei turistici e buttando le bombe di sotto a mano, tenendole in grembo.

Non c’è più pietà, quando sei stato quasi annientato.

Non ce ne può essere quando sei il popolo che ha inventato la legge del taglione.

Ed ecco che non rapisci più un agente del Mossad a Mosca, se quando lo fai il Mossad te ne sequestra 10 del KGB a Tel Aviv nel giro di poche ore.

 

Il vento caldo del deserto accarezzava il volto di Dagan quella sera, mentre fumava, sul terrazzo, il caldo della sera che non dava tregua.

 

 

Monaco fu difficile da accettare, anche per gente come loro, abituata alla morte. Ricordava esattamente la scena del suo superiore che aveva preso la telefonata che confermava la morte di tutti e gli 11 atleti. Lo aveva capito dalla sua faccia, e aveva visto le mani che stringevano il telefono, le dita che diventavano bianche da quanto lo stringeva. In quel momento seppe che molto sangue sarebbe stato versato.

Il primo fu ammazzato a Roma nell’androne del palazzo dove stava rientrando. 11 colpi, una per ognuno degli 11 innocenti che aveva contribuito a far uccidere.

Un altro fu ucciso all’istante rispondendo al telefono nel suo appartamento a Parigi. Il tavolino su cui poggiava il telefono era stato analizzato, un campione spedito a Gerusalemme, dove era stato costruito un tavolo uguale con dentro l’esplosivo.

Quello dopo fu spinto sotto un bus a Londra all’ora di punta.

Un altro fu ucciso a Cipro con una bomba mentre si sdraiava a letto.

In tutto, 18 terroristi di Settembre Nero sarebbero morti.

 

Qualche ora prima dell’esecuzione, la famigli di ognuno avrebbe ricevuto dei fiori e un biglietto di condoglianze, con scritte le parole: a reminder we don’t forget or forgive.

 

Questa storia, agli occhi di Dagan, racchiudeva tutto, la luce e il buio.

Il buio, da cui la morte può arrivare in qualunque momento per chi tocca i figli di Israele, ovunque possa provare a scappare, comunque possa cercare di nascondersi.

La luce, affinché ogni ebreo sappia che lo Stato d’Israele non perdonerà mai, e non dimenticherà mai, senza limiti di luogo e di tempo.

Ogni omicidio del Mossad costituisce “un atto di vendetta che va al cuore degli interrogativi biblici di Bene e Male, di Giusto e Sbagliato, e che alla fine costituisce il primario interesse della speculazione della cultura e del popolo ebraico”.

Quanti si erano svegliati legati a una sedia, trovandosi davanti uno dei suoi, con una pistola con silenziatore in una mano, e una foto nell’altra mano. Qualcuno sottovalutava la situazione, qualcuno pensava di essere abbastanza duro da uscirne vivo. Ma quando uno dei ragazzi gli metteva un complice davanti su una sedia, e gli sparava un colpo alla nuca, dall’alto verso il basso, guardandolo negli occhi, e investendolo della materia cerebrale di quello, tutti finivano prima per vomitare, poi per parlare. Chiedevano spesso una sigaretta – li aiutava a sciogliere i nervi durante la confessione, e ad abituarsi lentamente all’idea che sarebbero stati i prossimi, dopo pochi minuti.

 

 

Erano passati anni, e la recente notizia dell’uccisione di Mahmoud Al Mabhouh, con una spettacolare operazione le cui immagini dei killer ripresi dalle registrazioni di sorveglianza dell’hotel hanno fatto il giro del mondo, non faceva che confermare il concetto, e renderlo sempre continuamente attuale. Il modo in cui Israele ha strumentalizzato e utilizzato passaporti di paesi “amici”, ha dimostrato ancora una volta la sua spregiudicatezza e la sua unicità intransigente.

Londra era furiosa, ma Dagan sapeva che era stato necessario. Era sempre così tanto, lui lo sapeva. L’importante era colpire, le conseguenze diplomatiche, a posteriori, erano chiacchiere da bar.

Non c’è Paese al mondo che si faccia significato così concreto ai suoi cittadini, nessuna organizzazione pronta a uccidere ovunque, senza scadenze, per chi tocca i suoi figli. E’ a questo che lui e quelli come lui avevano dedicato la vita, trascurato mogli, figli, nipoti.

Nei Paesi “normali”, le agenzie proteggono la “sicurezza dello Stato”, lo dice il nome. Che poi questo si traduca in sicurezza di chi ci abita, è un concetto mediato, formale, quando non semplicemente falso, che troppo spesso si traduce in difesa del potere politico. Israele era diverso, in questo e in molte altre cose.

 

 

A questo pensava Dagan, ricordando dal suo terrazzo assolato i tempi di Mombasa. Era sempre stato così, ed era giusto che fosse così.

Gli prese una voglia di succo di melograno, lo stesso che da ragazzo beveva nei suk di Gerusalemme.

 

Gli israeliani erano capaci di far fiorire il deserto.

Molti di quei fiori ancora sarebbero stati recapitati in molte case, accompagnati da quel biglietto: a reminder we don’t forget or forgive.

 

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One thought on “fiori dal mossad

  1. luca ha detto:

    un racconto di un vero soldato. Non dimentichiamo mai. perchè solo chi riflette e interiorizza è capace di tutto: tanto male, ma anche tanto bene

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